Luke Evans per Jocks&Nerds

words by Chris May | photos by Gavin Bond | scans by Hedon/fb

Lunghissima l’intervista che Luke Evans ha rilasciato a Jocks&Nerds e qui tradotta per noi e voi da Giulia, che ringraziamo moltissimo.

Quindi mettetevi comodi e leggetela tutta per scoprire qualcosa di nuovo su di lui!

Vi ricordiamo che chi volesse contribuire alla vita del blog può scriverci un messaggio privato qui o scriverci per posta a luke.evans.addicted@gmail.com  Buona Lettura! ^_^

Il rifiuto lo ha incoraggiato, sia come testimone di Geova che bussa alle porte nel South Wales sia come attore di musicals a caccia di ruoli importanti, ma dopo  aver recitato ne “Lo Hobbit”, “High Rise” e ora in “La Bella e La Bestia”, è Hollywood che chiama.

Luke Evans ricorda ancora il momento in cui si è innamorato dei musicals. Aveva otto anni ed era appoggiato sulle ginocchia di un’ amica di famiglia, nella villetta a schiera dei genitori nella Rhymney Valley, South Wales. I suoi genitori erano testimoni di Geova  e tra i loro amici religiosi c’erano due sorelle che vivevano in un caravan nel giardino della famiglia.

Le due ragazze amavano i musicals e più tardi, in quell’anno, una di loro è andata a Londra per andare a vedere “Il Fantasma dell’Opera”. E’ tornata con la colonna sonora, un doppio album generosamente impacchettato con le foto di Micheal Crawford e di tutto il cast. Evans si è seduto sulle ginocchia di sua zia ed ha ascoltato la musica mentre lei indicava le foto e gli raccontava la storia dello show. Quando Crawford ha cantato “The Music of the Night”, Evans ha avuto una sorta di illuminazione.

La cittadina di Aberbargoed non ha una ricca tradizione di musicals. Finché il nome di Evans ha iniziato a spuntare in cima ai posters dei film, era più famosa per aver avuto una volta il più grande cumulo di scorie di carbone in Europa. Evans era un piccolo testimone di Geova che amava cantare, in una città dove le miniere avevano appena chiuso. E’ stato trattato come i ragazzini trattano qualcuno di diverso. Tutto ciò lo ha portato alla decisione di abbandonare la scuola a 16 anni – un lavoro avrebbe pagato le lezioni di canto- e lo ha preparato per la sua carriera designata. Dopo essere stato abituato ad avere porte chiuse in faccia nella sua comunità, affrontare i capricci dei direttori dei casting era una passeggiata.

All’età di 17 anni, Evans si era lasciato alle spalle la sua religione e la sua casa. Ha vinto una borsa di studio per il London Studio Centre a King Cross dopo aver cantato a Cardiff. Ha speso la maggior parte del decennio successivo alla scalata dei musicals del West End finché, nel 2008, ha fatto un acclamato debutto in Small Charge al Donmar Warehouse di Covent Garden. Il suo successo lo ha incoraggiato a fare l’audizione per il film, del 2009, “Dorian Gray”. Non ce l’ha fatta ma il suo nastro ha iniziato a circolare finché non ha avuto il suo primo ruolo in “Scontro tra Titani”.

Evans ha lavorato a questo ruolo con l’entusiasmo di un attore da teatro che sa quanto raramente una cosa del genere possa succedere. Ha recitato in film molto diversi e la sua carriera ha incominciato a decollare finché nel 2012 ha ottenuto un ruolo principale nel film di Peter Jackson “Lo Hobbit”.  Dopo un decennio di lavoro ha avuto la sensazione che tutto fosse cambiato da un momento all’altro.

Anche dopo 22 films in sei anni – tra i quali i più recenti “High-Rise” di Ben Wheatley e “La Ragazza del Treno” di Tate Taylor- Evans si rifiuta di calmarsi. Quest’anno recita nel live-action Disney “La Bella e La Bestia”, tornando al ruolo di attore/cantante che ha fatto iniziare la sua carriera e il suo nome corrisponde al ruolo principale nel film “Professor Marston e Wonder Woman” – sul triangolo amoroso che riguarda l’uomo che ha creato Wonder Woman – e nell’Indie drama “State Like Sleep” di Meredith Danluck.

 

Hai avuto un’infanzia felice?

Molto Felice. Mia madre ha solo 19 anni in più di me e mio padre 21 quindi era una famiglia giovane e molto unita. Lo siamo ancora. I miei genitori sono diventati Testimoni di Geova in tarda adolescenza, quindi sono nato in mezzo alla religione e portato in una grande e amorevole famiglia con buoni principi. Vivevamo in un piccolo villaggio, vicino ai miei nonni, che sono ancora molto importanti nella mia vita. E’ stata un’infanzia bellissima eccetto per una cosa, ero figlio unico e sono stato molto bullizzato a scuola. Ti basta soltanto essere un bambino un po’ diverso nelle Valley del South Wales e ti trattano come se avessi la lebbra. Non ero l’unico figlio di Testimoni di Geova a scuola ma eravamo una minoranza ed eravamo differenti – eravamo attaccati l’un l’altro e non andavamo alle riunioni al mattino. Non è una religione aggressiva, siamo totalmente pacifici, non siamo coinvolti in guerre o politica, non votiamo – vede sto ancora dicendo “noi” ma non sono un testimone di Geova da 23 anni – quindi se sei avvicinato da qualcuno aggressivo, dovresti girare al largo. Questo potrebbe funzionare se sei adulto ma da bambino nel parco giochi della scuola, ti continuano a cercare. Non sapevo come proteggermi quindi , egoisticamente ho sempre voluto un fratello o una sorella maggiore che avesse potuto proteggermi. Avrei voluto avere un po’ più di aggressività.

Sei stato segnato dal bullismo?

Fortunatamente no. Fin da piccolo ho accompagnato i miei genitori al porta a porta e quando regolarmente ricevi porte chiuse in faccia, ci fai l’abitudine. Se fosse continuato, mi avrebbe segnato ma quando avevo 13 anni ho iniziato ad andare in giro con due fratelli che avevano qualche anno in più di me, abbastanza grandi da saper guidare, nei weekends andavamo in giro senza fare nulla di male, solo divertendoci. Ciò mi ha aiutato ad affrontare quel periodo difficile. Il bullismo è una cosa orribile. Tragicamente molti bambini non sanno che è solo una cosa temporanea, che finirà.

C’era molta musica in casa? Non sono sicura che i Testimoni di Geova approvassero.

Oh si, era piena di musica e mia madre mi ha portato anche ai musicals. Il primo è stato “Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat” all’Ippodromo di Bristol. Ai quei tempi avevo 11 anni e lei mi portava in pullman a Londra a vedere i musicals. A casa c’era musica da chiesa, colonne sonore di musicals e album pop, sebbene conoscessi più la musica pop degli anni 1950 e 1960 che quella del decennio in cui sono cresciuto. Avevamo un registratore e mio padre aveva molti dischi che teneva su una sorta di scaffale lungo e mi era permesso ascoltarli. Mi ricordo che cantavo “The Carnival is Over”, Ricky Valance “Tell Laura I Love Her”, the Drifters “Saturday Night at the Movies”, qualcosa dei Beatles, Petulla Clark, penso che da li ho iniziato a trovare la mia strada e la mia  voce.

Mi piaceva anche imitare la gente, facendo finta di essere qualcun altro. Quando avevo sei anni dovevo togliermi tutti i denti da latte in una volta sola, sotto anestesia totale e come regalo per rimettermi presto, i miei genitori mi hanno portato un registratore a cassetta sul quale ho registrato i miei radio show. Abbiamo ancora tutti i nastri dove imito [il newcaster] Gordon Honeycombe. Ho intervistato i miei genitori, facevo ricette e parlavo delle news. Ce ne sono tantissime. Una delle persone su queste cassette è la mia prozia che è mancata nel 1993. Era molto orgogliosa di me – non ha mai avuto figli suoi. Spesso penso che se ci fosse una persona che vorrei viva ora sarebbe lei perché sarebbe affascinante per lei vedere cos’è successo al mio canto.  Anche a sei anni c’era in intrattenitore in me.

E il tuo primo passo per far si che questo accadesse è stato, all’età di 16 anni, prendere lezioni di canto?

Volevo imparare a cantare bene. Un’insegnante all’ultimo anno a scuola mi ha detto “Hai un vero strumento li”. Ha detto che se avessi mai voluto prendere lezioni di canto, una sua amica era un insegnante. Ho preso il numero di telefono e quando ho lasciato la scuola, l’ho chiamata e ho fatto la mia prima lezione. Ero appena andato via di casa, avevo trovato un lavoro a Cardiff lavorando a River Island e mettevo da parte i soldi, poi i mercoledì sera dopo il lavoro andavo da Louise Ryan e facevo lezione di canto. Ogni tanto c’era questa piccola ragazza che andava via quando arrivavo o arrivava quando finivo. Era Charlotte Church. Avrà avuto otto o nove anni. Otto mesi dopo mi sono proposto per una borsa di studio al London Studio Centre. Nel mentre vivevo a Cardiff e lavoravo come postino in una banca. Una volta ho preso due giorni dal lavoro e sono andato a Londra in pullman per fare l’audizione per la borsa di studio che poi ho vinto. Ho cantato e recitato ma me l’hanno data per il canto. La mia voce era ancora inesperta ma molto avanti per la mia età. Avevo una voce molto lirica, potevo muovermi tra tenore e falsetto e voce di petto per poi tornare alla mia voce.

Come si sono sentiti i tuoi genitori quando ti sei trasferito a Londra? Avevi  appena compiuto 17 anni.

Ovviamente si sono preoccupati.  Le loro vite erano molto contenute e non erano ambiziosi come lo ero io. Mio padre aveva un buon lavoro, era un imprenditore edile e muratore e gli piaceva la loro vita così com’era. Erano molto attenti, lo sono ancora adesso. L’ultima cosa che mio padre mi ha detto un paio di giorni fa  – perché sa che presto mi rimetterò di nuovo in viaggio, starò in hotel e incontrerò gente nuova – è stata “sii prudente”.  Ma penso che fosse chiaro fin dalla mia infanzia che avevo dei sogni. Quindi quando ho lasciato casa e vinto una borsa di studio i miei genitori avevano già iniziato a vedere che quel bambino era già avanti per la sua età in quanto ad indipendenza, era pronto a spiccare il volo. Quindi mi hanno supportato e lo hanno fatto benissimo, specialmente considerando che ero il loro unico figlio e molto prezioso per loro.

Hai passato otto anni nei musicals del West End prima di aver il tuo primo ruolo come personaggio importante e così anche per i film. Non è una transizione che fanno in molti. Com’è successo?

Recitavo Roger in “Rent” e stavo cambiando agenti. Quello che avevo scelto mi disse “Vedo che riesci a recitare anche senza cantare e sarebbe fantastico vedertelo fare”. Erano le parole che volevo sentirmi dire, pensavo che magari intendeva farmi fare un po’ di TV per delle pubblicità, non recitare alla Donmar Warehouse che per me era il Sacro Graal dei teatri – come un attore di teatro e musical pensavo che non mi avessero mai neanche fatto entrare dalla porta. Ma lui pensava che sarei stato perfetto per “Small Change”, che parlava di due operai di Cardiff e delle loro relazioni con le madri. Non ha potuto farmi da agente perché ero ancora sotto contratto con il mio vecchio agente, ma mi ha consigliato di scrivere una lettera a Anne McNulty, la direttrice casting del Donmar, introducendomi e dicendo che ero Gallese e avevo 28 anni. Quindi ho comprato una cartolina al negozio al Seven Dials, appena vicino al Donmar e l’ho lasciata all’ingresso degli artisti. Ho detto che recitavo Roger e le avrei potuto procurare dei biglietti e sarebbe stato carino incontrarla se avesse avuto qualche minuto. Non ho menzionato “Small Change” perché pensavo che che sarebbe stato troppo. Per una settimana non ho sentito nessuno e ho iniziato ad arrendermi. Ma poi lei mi ha chiamato e si è scusata per il ritardo dicendo che sarebbe stata alle prove di “Small Change” e le sarebbe piaciuto incontrarmi. Quindi ci siamo incontrati per una mezz’ora e mi ha detto che le sarebbe piaciuto che incontrassi Peter Gill, regista e autore di “Small Change”.

Mi ricordo di lui che mi guardava dritto negli occhi, come se volesse leggermi l’anima e pensavo che avesse visto che volevo il personaggio, avesse visto che ero quella persona nella storia che aveva scritto, basata sulla sua vita.

E’ stata una cosa coraggiosa da parte di Anne perché nel mio CV non avevo ruoli importanti. E questo è il Donmar, le sono molto grato , “Small Change” è stata l’esperienza più appagante che abbia mai avuto tra tutte quelle che ho fatto. Lavoravo con l’autore/regista, il che era molto buono per me e con tre attori incredibili, Linsday Coulson, Sue Sue Johnston e Matt Ryan. Hanno tutti fatto cose fantastiche. Era un grande momento della mia vita.

E ti ha fatto vincere il premio Eversing Standard come miglior principiante. Sapevano che hai fatto otto anni di gavetta?

Non mi importa. Ero solo molto grato per la chance che mi era stata data di fare l’attore. Volevo essere brillante e sapevo che stavo lavorando con degli attori di calibro col quale non avevo mai lavorato prima. Ed ho passato molto tempo in privato con il regista, cosa  che non era mai successa. E’ tutto successo così velocemente ed era un momento così importante che è finito in un batter d’occhio. Tre mesi ed era finito. Ho sempre pensato che qualcuno sarebbe arrivato a dirmi “Scusa amico, sei la persona sbagliata, questo non fa per te”. Volevo fare dei ruoli importanti, e film, ma visto che “Small Change” era arrivato tardi nella mia carriera pensavo che sarebbe stato solo una scintilla e sarei tornato ai musicals, sebbene amo raccontare storie attraverso le canzoni.

C’erano pregiudizi nel mondo del teatro di Londra sugli attori di musicals?

Senz’altro.  Non eri preso molto seriamente e non penso che ora sia così pesante (la situazione), spero che abbiamo rotto i confini. Non tutti possono far tutto, ma penso che gli attori non debbano essere messi da parte se lo possono fare. Ci saranno cose che non sono in grado di fare ma finché non trovo queste cose, continuerò ad esplorare. La versatilità è qualcosa che desidero. Essere diverso in quello che faccio, nelle diverse produzioni, dal grande film di Hollywood ai film Indie, è la parte divertente. E in America non ci sono barriere tra i livelli, i direttori di casting americani sono venuti a vedere “Small Change” e le offerte si sono susseguite. Una volta sono stato portato all’Ivy due volte nella stessa giornata.

Hai trovato difficile lavorare davanti alla cinepresa? Di solito non si insegna al college.

L’ho imparato sul lavoro e sono stato fortunato perché nel mio primo film “Scontro tra Titani”, ho lavorato con due attori tra i migliori – Liam Neeson e Ralph Finnes. Li ho visti “rimbalzare” tra di loro, a volte mi tiravano in mezzo e li guardavo con stupore e meraviglia per quanto potessero essere tranquilli.  Recitavo nell’ultima fila degli dei, sto ancora imparando.

C’è una cosa bellissima sulla recitazione – è un’arte e puoi solo migliorare. Guardo in maniera diversa i film ora, completamente diversamente da come li guardavo prima di “Scontro tra Titani”. Anche il film più orribile può avere qualche performance dalla quale imparare. Solo il guardare qualcuno che sa come usare la camera, una pausa oppure nulla, può dare tanto.

Ha anche aiutato il fatto che al Donmar ho imparato qualcosa sul fatto di essere rilassato e lasciare che le cose accadano per caso invece che essere rigido. Ora posso fare le cose con più calma e più fortuna. Arriva con l’esperienza, la fiducia in sé stesso, la forza di carattere e anche un bel po’ di preparazione. Riuscire a liberare la mente quando inizi a pensare troppo “Ho fatto il possibile per prepararmi, ora reagirò a qualsiasi cosa mi proporrai, che me l’aspetti o no. Reagirò al momento”. Puoi dire agli attori di non farlo. Puoi vedere quando non stanno veramente ascoltando quello che l’altro personaggio sta dicendo perché si sono allenati a rispondere subito, stanno solo aspettando la loro battuta. E’ una cosa terribile ed è un’abitudine facile da prendere. Le performance più dinamiche sono quelle in cui sembra che non sai cosa succederà dopo. Mark Rylance ad esempio. Non sai cosa farà da una battuta all’altra. Marlon Brando, James Dean. La stessa cosa. Hanno questa immediatezza ed energia che non era programmata. Era improvvisato e se gli avessi chiesto di rifarlo di nuovo, non ne sarebbero stati in grado. Amo tutto ciò.

Nonostante i film di Hollywood, vivi ancora a Londra. Ti hanno fatto pressioni per trasferirti a LA?

Ce ne sono state. Il mio team americano era tipo “Sarebbe fantastico se fossi qui, potresti fare parecchi incontri e se avessero bisogno di qualcuno sull’immediato, tu saresti nei paraggi.” Ma nel primo anno dopo “Scontro tra Titani”, ho fatto cinque film e non mi sembrava di potermi fermare. Quindi la mia risposta è stata che se non avessi lavorato, lo avrei fatto, ma lavoro e sono occupato e i miei amici sono qui e sono così felice dove sono, quindi trasferirsi non avrebbe senso. Sono andati avanti per un paio di anni e poi ho comprato casa e hanno smesso. Il mio sogno, fin da bambino, era vivere a Londra. Mi fosse stata offerta una qualsiasi borsa di studio in qualsiasi college a Londra, ci sarei andato. Come quando prendevo il pullman con le ragazze per andare a vedere i musicals.  Il mio battito si alzava appena arrivavamo all’Hammersmith flyover e vedevamo quegli aerei giganti atterrare, abbastanza bassi da vedere il carrello. Nelle Valleys tutto ciò che potevi vedere era una scia nel cielo. Questi ricordi non mi hanno mai lasciato. Oggi quando guardo fuori mentre guido per tornare a casa dal Galles, mentre passiamo vicino a Heatrhrow, mi ricordo con emozione di quell’immagine – e il pensiero che a Londra vedo molte più persone in dieci minuti di quelle che vedrei in una intera settimana nel nostro villaggio. Metto Londra a confronto con tutto e ne esce che Londra è sempre la migliore. Viaggio molto ma Londra è la mia casa.

Organizzi le uscite con i tuoi vecchi amici?

Ho fatto nuove amicizie ovviamente, ma gli amici che vedo quando torna a casa sono persone che conosco da 20 anni più o meno. E per quanto sia bello parlare di quello che sto facendo, è altrettanto bello sentire ciò che loro fanno. La vita deve rimanere vera e non ho mai capito perché il successo deve per forza cambiare ciò che sei.  Penso che le persone si trasferiscano a L.A. perché con la fama possono essere un’altra persona. Non voglio, lo odierei. Non ho mai capito perché il successo, i soldi e la fama significano che devi diventare un’altra persona. Vedi succede molto in questa industria, gli ego sono “massaggiati”, ti dicono che sei fantastico, che sarai sempre una superstar. Spesso sono parole vuote ma sfortunatamente gli attori non se ne accorgono. Se viene detto alle persone sbagliate, queste parole vanno dritte alla loro testa e diventano dei mostri, pensando che qualsiasi cosa che toccano la trasformano in oro. E che qualsiasi cosa dicano è importante e ha bisogno di essere ascoltata e che un premio significa che hanno un posto in paradiso.

Sei senza un partner ora, credo. Quanto è difficile avere una vita privata con il lavoro e i viaggi?

E’ difficile avere una relazione in questo business. Chiedi a qualsiasi attore e probabilmente ti dirà che è complicato. E’ difficile trovare qualcuno che capisca la tua carriera e le cose strane che porta la fama, contando anche il fatto che viaggio molto. Bisogna fare molti sacrifici. Ma di solito cerco di passare più tempo possibile a Londra. Lo scorso anno non è stato poi così male, ci sono stato probabilmente per quattro o cinque mesi. Quest’anno sarà differente, sarò molto più in viaggio. La prossima settimana andrò ad Atlanta e starò via fino a settembre. Dopo Atlanta starò qui a New York per un po’, poi inizia il press tour de “La Bella e La Bestia” che mi porterà a Londra, New York, LA e Parigi. Poi vado in Australia. Dopo ancora a Budapest per girare “The Alienist”. E’ basato su un racconto di Caleb Carr che narra della caccia ad un serial killer nella Lower East Side di New York nel 1896 e sarà una serie TV di 10 puntate. E’ la mia prima avventura per la televisione. Mi piace l’idea di recitare in qualcosa di nuovo, è un cambiamento.

Da attore, che ambizioni hai? Divertire? Illuminare?

Su un livello personale è mettersi alla prova, trovare sempre un ruolo che mi metta alla prova. Su un livello più ampio si tratta di divertire e forse educare il pubblico su qualcosa, fargli provare qualcosa che non hanno mai provato da soli – perdite, omicidi, strazio, scoperta. Ad esempio ho appena recitato la parte di William Moulton Marston ne “Il Professor Marston e Wonder Woman”. Era un uomo straordinario ed è stato affascinante ricoprire i suoi panni. Era un professore di psicologia ad Harvard nato nel tardo diciannovesimo secolo  ed è stato uno dei primi uomini che hanno dato voce al femminismo. Nella vita privata, oltre sua moglie, aveva questa relazione anche con un’altra donna . Vivevano tutti insieme e Marston ha avuto due bambini con entrambe. Ha creato il personaggio di Wonder Woman prendendolo da entrambe le donne. Non sapevo nulla di lui prima del film, chi lo vedrà probabilmente non lo conosceva. Quindi recitare in quel film, che spero diverta ed informi,  è grandioso. Spero che possa far capire alle persone che l’amore può prendere parecchie forme.

A confronto con “La Bella e La Bestia”, “Il Professor Marston e Wonder Woman” ha un budget relativamente basso e presumibilmente anche il tuo compenso lo riflette. E’ grandioso come ti destreggi tra blockbusters e piccoli progetti artistici.

Un grande compenso è sempre bello, non dico una bugia. Arrivando dalla classe operaia, è piacevole sentirsi al sicuro finanziariamente quando prima ti preoccupavi di come pagare le tasse. La prima  cosa che ho fatto appena ne ero in grado, prima di comprare casa, è stata quella di pagare il mutuo ai miei genitori e poi gli ho comprato la casa vicino alla loro, che poi hanno messo in affitto. Ma penso che se scegli i ruoli solo per il compenso, avrai una carriera malsana e probabilmente corta. Perché perdi l’amore se cerchi il denaro – ci sei dentro per le ragioni sbagliate. Devi cerchare ruoli che ti mettano in competizione, i registi vogliono che ti confronti con storie delle quali magari non hai mai sentito parlare. Allora lo stai facendo nel modo giusto. Ti farà restare “fresco” e ti porterà dell’energia che potrai trasferire al ruolo.

Un’altra cosa bella di recitare in grandi film è che posso usare la fama per fare delle cose positive. Ad esempio, lavoro con la Prince’s Trust, incontro teenagers e persone che sono state bullizzate a scuola e cerco di aiutarle ad andare oltre. Un anno fa sono diventato ambasciatore per Save the Children, che fa cose meravigliose e cambia veramente le vite. Sono stato recentemente in India e ho passato del tempo nei bassifondi di Mumbai. Sono andato in alcune scuole che Save the Children ha finanziato, dove curano anche la preparazione degli insegnanti. Posso dire alla persone quello che ho visto e cosa ho imparato, usando la fama che ho ricevuto tramite i film in maniera positiva.

Cosa ne pensi dell’incremento dei conflitti sociali negli Stati Uniti e in Europa, e il problema di mantenere generosità di spirito e valori di libertà davanti al conservatorismo autocratico? Una delle prime cose che ha fatto la squadra di Trump mentre si trasferiva alla Casa Bianca, ad esempio, è stata abbassare il sipario sui diritti LGBT.

E’ un momento particolare nella nostra storia. Sto molto attento a ciò che sta succedendo in America. Molto del mio tempo lo passo lì, vengo pagato in dollari, alcuni dei miei amici più cari sono in America ed è brutto vedere la velocità con la quale Trump sta cercando di cancellare tutta l’unificazione positiva per la quale Obama ha lottato. Non dico che tutto ciò che ha fatto Obama era perfetto, ma la sua presidenza era basata sull’inclusione delle minoranze e i cambiamenti climatici, non sul fatto di ignorare i fatti. Non penso che vorrei  vedere un leader del mondo libero che è così ignorante e sprezzante dei fatti e che sta cercando di portare le cose agli anni 30. Alcune delle cose che Trump ha detto e alcune delle persone del suo team mi hanno fatto venire i brividi. Pago le tasse in America, ho una società lì, ho un numero di previdenza sociale, quindi potrò anche non viverci ma mi sento autorizzato ad esprimere la mia opinione su ciò che sta succedendo. E’ un momento triste perché so che gli Americani sono molto amorevoli, generosi, molto aperti e le persone che li rappresentano nel mondo non riflettono nessuno dei loro interessi o dei loro ideali.

Ciò che è rincuorante è l’aumentare delle proteste contro Trump negli Stati Uniti, nelle strade ed ovunque.

Il potere delle persone non ha sempre un effetto immediato politicamente, è una cosa lenta, ma quando ci sono incoerenze come ora, si vede come le persone si uniscono per uscire nelle strade e protestare. Donne, uomini, bambini, di tutte le razze, età, tutti insieme. La protesta ti ricorda che non sei solo e che sebbene sei in minoranza e puoi avere tutto il mondo contro di te, ci sono molte persone che sono dalla tua parte. E penso che se si iniziasse a costruire il muro col Messico e (a cambiare le leggi su)i cambiamenti climatici e tutti gli altri capovolgimenti, le proteste diventerebbero molto più grandi e non ci sarebbero più minoranze, si vedrebbero marciare milioni di persone e le cose cambierebbero. Ma non possiamo diventare compiacenti ed aspettare che le cose migliorino da sole, dobbiamo farci sentire.

Cosa pensi del Nazionalismo?

Puoi fare più cose in gruppo che da solo. La forza sta nei lavori fatti su vari livelli. Non sei mai da solo se sei con altre persone – beh, ogni tanto lo sei ma non diventiamo Freudiani – è l’unione che fa la forza. Sono nato Europeo e ciò che amo dell’esserlo è che non importa in quale nazione vado o quale linguaggio parlano o qualsiasi altra differenza culturale, ciò che importa è che siamo Europei e lavoriamo insieme come un’unità. Ed ora che ci stiamo separando, (penso che)servirebbe quell’unità, sarebbe importante, quando avremmo bisogno di guardarci le spalle l’un l’altro. Il giorno dopo il referendum per l’unione Europea, mi sono svegliato a Glastonbury, circondato da Hippies e tutti stavano piangendo.

 Ti è rimasta qualche ambizione nella tua carriera?

Ho sempre voluto fare qualcosa a Broadway. Ma più di tutto, vorrei avere dei bambini. E’ da un po’ di tempo che vorrei adottare. Dev’essere un traguardo, insegnare la tua conoscenza e le tue esperienze di vita in maniera positiva, (vedere)che il tuo amore possa essere cresciuto in futuro. Ma come faccio in un momento in cui la mia carriera mi rende così impegnato. Starebbero a casa o li porterei con me? Non lo so ancora. Per ora non penso neanche che potrei avere un pesciolino rosso nella mia vita. Ma è qualcosa che voglio assolutamente che accada e non voglio aspettare troppo perché non voglio essere un papà vecchio. Vorrei essere giovane abbastanza da prendere a calci una palla, insegnargli a nuotare.

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