Luke Evans intervistato da Rolling Stone Italia

TGOTT3Rolling Stone Italia regala una delle interviste più interessanti rilasciate da Luke sul personaggio di Scott Hipwell.

Nel testo riportato da Mattia Ferraresi, Luke analizza tutti gli aspetti della pellicola: dalla debolezza del suo personaggio e di tutte le donne presenti, al finale che i lettori o gli spettatori possono aver immaginato.

L’intervista originale potete leggerla >QUI< . 

Ti è piaciuta questa dimensione più contemporanea?
Avevo voglia di fare una parte drammatica e di indossare abiti di oggi. Volevo un personaggio con cui poter dialogare, che avesse qualcosa in comune con me. Mi è piaciuto un sacco potermi misurare con questa parte.

Qual è la stata la sfida più difficile?
Non concedere troppo a chi guarda. Non si capisce davvero il percorso di Scott, è un personaggio misterioso ed enigmatico. Ci si aspetta naturalmente che sia lui il colpevole, ed è lui stesso che alimenta questi sospetti. Allo stesso tempo è vittima di una donna che decide di raccontargli una bugia, che poi non è una bugia, ma una mezza verità, ma è abbastanza per depistarlo. Ha un sacco di domande e non trova risposte, e quando le trova sono false.

È iracondo e brutale, ma poi il suo totale smarrimento fa quasi tenerezza.
È una vittima. Sul set il regista ha aggiunto una scena in cui Scott compare soltanto, senza dire nulla, perché la sua figura sarebbe rimasta irrisolta altrimenti. È soltanto uno sguardo, ma comunica a chi guarda che lui ha capito. Ha capito che lei non lo stava ingannando di proposito, non c’era l’intenzione di portarlo fuori strada. Certo, rimane la speranza che si incontrino, che tutto si chiarisca.

E magari che s’innamorino, come nel libro.
Sì, ma nel film Rachel crea un casino tale con tutta questa serie di depistaggi e alterazioni della percezione che è impossibile a un tratto perdonarla e voltare pagina. Nel romanzo il percorso è costruito nel tempo, ma nel film la sterzata sarebbe troppo brusca. A un certo punto ti trovi a dire: ma cosa stai facendo? Smettila!

La dipendenza, il tradimento, lo smarrimento e poi il ritorno in sé. Nel film ricorrono tanti temi: qual è per te quello dominante?
Una persona che riprende il controllo di se stessa dopo essersi persa, questo è il cuore del film per me. Per Rachel l’alcolismo è il modo in cui questo smarrimento si manifesta, ricordandole e ricordando agli spettatori a ogni passo del film la sua fragilità. Ma tutto sta nel ritorno in sé, nella riappropriazione di sé.

È un film fatto di personaggi e sensibilità femminili…
Mi è piaciuto enormemente questo aspetto. Seguire la storia attraverso gli occhi di una donna, capire il suo punto di vista, il modo di reagire e di gestire le situazioni. Ha un effetto enorme sul film, è uno degli elementi che lo rendono qualcosa di più di un thriller tradizionale.

Ci sono le belle ville dei sobborghi di New York, i manager facoltosi, le famiglie perfette e le vite ordinate. Ma dentro a questo involucro di soddisfazione e agio c’è tanta disperazione…
La tua vita è perfetta? Ecco, nemmeno la mia. Tutti hanno la propria croce da portare, a volte riguarda gli affetti, i rapporti, altre volte il lavoro. Insomma, c’è la vita, e poi c’è il modo in cui la rappresentiamo. Prendi i social media. Uno magari fa un lavoro normale, come impiegato, e in pausa pranzo prende lo smartphone, vede Kim Kardashian su Instagram e dice: la sua vita è stupenda! Che glamour! Ma sono certo che anche lei ha gli stessi problemi di tutti, e sarebbe sciocco pensare il contrario.

È un thriller che contiene anche un ritratto della vita contemporanea?
Certamente. La vita è complicata, non è facile trovare la felicità o anche soltanto un po’ di sollievo o comprensione in questo mondo. A volte non è facile nemmeno sopravvivere. Specialmente, io credo, se vivi in una grande città, dove, a dispetto delle apparenze, la solitudine e l’isolamento dominano. Rachel prende quel treno tutti i giorni, ma nessuno le parla, nessuno le chiede come sta, se ha bisogno d’aiuto, è come se non esistesse, anche se tutti vedono lei e il suo disagio. Trovo che la storia contenga una riflessione onesta, anche se portata un po’ all’estremo.

Sono tutti personaggi feriti.
C’è un senso di colpa che grava sulla testa di ciascuno, alcuni si puniscono per gli errori del passato condannandosi ad amori impossibili o che non daranno mai loro la felicità. Per odio verso se stessi rifiutano l’amore incondizionato.

Fonte

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