Luke Evans intervistato da ScreenWeek

TGOTT1In vista dell’arrivo de “La Ragazza del treno”,  nei cinema italiani, Adriano Ercolani di ScreenWeek ha potuto intervistare Luke Evans.

Vi riportiamo la parte dell’intervista che riguarda il film.

Per l’intera intervista passate > qui <

Come si è avvicinato alla psicologia di un uomo che sta vivendo un simile dramma?

Ho iniziato apprezzando la semplicità della sua vita, quella che gli viene sottratta. Scott è la psicologia forse meno complicata tra quelle che il film presenta. Il suo problema deriva dal matrimonio con Megan, che soffre di un immenso senso di colpa e tiene tutto represso dentro di sé. E questo in pratica distrugge ogni rapporto della sua vita, perché sente in qualche modo di doversi punire. Tradisce suo marito perché non capisce cosa non vada nella sua vita. Non ho quindi inquadrato Scott come un uomo cattivo, al contrario è uno che cerca di fare il meglio possibile nonostante abbia un carattere spesso impulsivo. E’ condizionato dal fatto che sua moglie non lo fa sentire sicuro. Da lei riceve un sacco di segnali che qualcosa nel loro rapporto non funziona nonostante lui la ami, e questo incrina profondamente la sua personalità. E’ un personaggio molto affascinante perché forte e vulnerabile allo stesso tempo.

Cosa l’ha affascinata invece del personaggio di Megan?

La sua dualità. Qualche volta è strano pensare che una persona possa aprirsi completamente a un perfetto estraneo quale può essere uno psicologo e poi nascondersi di fronte all’uomo che l’ama. Eppure penso che se Megan e Scott avessero visto un consulente matrimoniale a un certo punto lei probabilmente non sarebbe finita tra le braccia di un altro. Il fatto è che lei non ha molto rispetto per la propria vita, non si accetta a causa dei suoi traumi giovanili. Il modo in cui vive è autodistruttivo, non riesce a trarre nulla di buono dall’ambiente in cui ha scelto di vivere.

Cosa può dirci delle due partner con cui divide lo schermo, Emily Blunt e Haley Bennett?

Dalla sceneggiatura non si potrebbe mai capire quanto Emily e Haley hanno apportato ai loro personaggi, è stata un’esperienza dolorosa vederle impersonarli sul grande schermo, renderli così veri. Mi ha sorpreso ad esempio scoprire il primo giorno di riprese che Emily aveva mantenuto il suo accento inglese per il personaggio. A me invece piace nascondermi dietro un accento differente dal mio, ti permette di calarti e scomparire un po’ più nel tuo ruolo. È una sfida più interessante esprimere emozioni e stati d’animo attraverso un tono che non ti è naturale.

Con Scott Hipwell è uscito dai soliti ruoli che ha interpretato in questi ultimi anni: ha sentito la pressione di questa sfida rischiosa?

Non l’ho sentito come un rischio, d’altronde questa è una delle componenti principali di un thriller. In questo genere i film migliori sono quelli che ti tengono incollato alla poltrona fino alla scena finale, e La ragazza del treno ci riesce estremamente bene. Perché non è un prodotto che mette in scena la solita formula ma ti costringe a riflettere e parteggiare per i personaggi, che sono molto reali. Sono stato contento di recitare finalmente in un film ambientato ai nostri giorni e con una storia reale. Niente draghi, vampiri o carri armati. Ero io, il mio personaggio, una casa ed Emily Blunt: bel modo di fare cinema! Qualche volta è rinfrescante. Per carità, l’importante alla fine è raccontare una buona storia, che ci siano draghi o anche soltanto uomini spezzati dalla perdita della moglie. Bisogna sempre trovare la forza e l’autenticità della storia. Certo è più facile immedesimarsi in un personaggio piuttosto che in un altro, e Scott è stato uno di quelli in cui sono entrato meglio. Per fortuna nella mia vita non ho dovuto passare quello che invece lui deve subire, ma sono riuscito a empatizzare con lui in profondità.

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