FANGORIA: LUKE EVANS Q&A SU “NO ONE LIVES”

noonelives

Di nuovo un salto nel passato, questa volta vi proponiamo la traduzione di un’intervista datata 2013. All’imminente uscita del film “NO ONE LIVES”, Luke rilasciava questa intervista alla rivista Fangoria.Buona lettura!

Luke Evans si assicura che “Nessuno viva”

Il nuovissimo bagno di sangue dello stilistico regista Ryuhei Kitamura (Versus, Godzilla: Final wars, The midnight meat train) è una gradita svolta nel panorama horror. Poichè molti sostengono che ci si identifica con lo stalker di questi film in ogni caso, No One Lives (in uscita a maggio nelle città selezionate) presenta il proprio sociopatico, il tranquillamente minaccioso Driver, proprio come protagonista. È il “suo” mondo, il resto del gruppo semplicemente ci muore dentro. Fangoria ha parlato con lo psicopatico killer del film, Luke Evans, riguardo alla pellicola, il lavoro interiore per il suo personaggio e tutto l’indecente divertimento che sembra aver avuto sul set.

Fangoria: Una delle cose che sembra interessante in No One Lives è interpretare un sociopatico. Come è stato entrare in questo complicato, e spaventoso, stato mentale?

Luke Evans: Non puoi pensare troppo alle parti oscure, credo, finchè non sei costretto. Devi pensarci solo in riferimento al personaggio e vedere i diversi strati. Ci sono alcuni libri incredibili sugli psicopatici e alcuni documentari davvero interessanti. La cosa che più risalta, secondo me, degli psicopatici è che possono vivere delle vite davvero normali, mescolarsi alla società davvero facilmente, non sono pesci fuor d’acqua; riescono a conservare il proprio lavoro. Non mostrano le cicatrici ma nel profondo mancano di queste capacità relazionali e sono capaci di cose piuttosto oscure e sinistre. La quale ho pensato fosse davvero un’interessante ed eccezionale emozione, ed energia, da mostrare.

Fangoria: Il film è riconducibile a un certo genere ma film come questo sembrano un po’ fuori dal comune perché non c’è nessuno a cui facilmente attaccarsi. Tutti hanno degli enormi difetti.

LE: Questo è più o meno quello che mi ha attirato verso il copione inizialmente, questa storia che inizia dove pensi, “Oh ok, la giovane coppia innocente sfortunatamente viene rapita da questi provincialotti,” poi tutta la storia viene capovolta e pensi “Aspetta un attimo, non mi aspettavo questo.” Mi piace il fatto che ti costringe come spettatore a mettere in dubbio il tuo senso etico e morale. Cominci a pensare, “Questo tizio sta compiendo queste cose scioccanti, mostruose, disgustose e disturbate, ma le sta facendo a persone che non sono molto gentili. Non sono membri modello della società. Sono spregievoli.” Ho cominciato a chiedermi per chi facevo il tifo nel film e spesso ho realizzato che era per Driver.

F: Driver ha una relazione interessante con chi percepiamo sia la fidanzata e una diversa con la prigioniera. Cosa è questa devozione esattamente?

LE: Lui è capace di manipolarle, e questo gli dà potere. Manipola queste giovani donne innocenti ad innamorarsi di lui, un’altra cosa davvero interessante. Non è uno strambo, è normale. Si veste bene e appare normale. Non ha nessuno strano tic che potrebbe spaventare qualcuno, e penso che lo abbia utilizzato. Le fa sentire in salvo e al sicuro e in un certo senso, nella sua testa, è amore. Nella sua mente, è convinto che queste donne siano innamorate di lui. La ragazza all’inizio soffre della sindrome di Stoccolma. Si è innamorata della persona che la tiene in ostaggio. È un argomento interessante già di suo, che accade realmente. Queste persone quasi ignorano le orribili cose che il loro aguzzino ha fatto e sviluppano una sorta di attaccamento e amore con questa persona. Driver è quasi grato di questo, in un modo strano. Lo fa sentire normale. Non penso che potrebbe mai nemmeno fare loro del male. È innamorato di loro, non penso che potrebbe mai ucciderle. Sempra più una sorta di proprietà. Loro sono sue e di nessun altro.

F: Come è lavorare con Ryuhei Kitamura? Si è affermato come grande stilista.

LE: Lui è fantastico, in effetti. Quando parlammo per la prima volta, abbiamo scoperto che eravamo attratti dal copione per lo stesso motivo. Eravamo affascinati da questa storia che veniva capovolta e quello che poteva comportare. È quello che ha intrigato entrambi, insieme. Facevamo queste scene sanguinose ed offrivo alcune idee su come potevamo peggiorarle pensando che avrebbe detto, “ No, no, è sufficiente” e invece diceva, “Cazzo sì, facciamolo!”

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F: Lavori ampiamente con sangue e makeup. Tu che emergi da un cadavere è qualcosa di davvero sorprendente.

LE: Brodus [Clay] non era molto contento quel giorno (ride). Quella era una scena piuttosto sconvolgente, e non so se si nota, ma quando stavamo girando il film  c’erano alcuni momenti che sembravano come un omaggio a momenti iconici di altri film. Questa scena mi ha ricordato la famosa scena di Hannibal Lecter con la faccia nell’ambulanza. Ho pensato fosse fantastica. Facendo il film, ho notato che mi stavo riferendo ad altri film quando c’erano alcuni momenti che mi ricordavano altri, davvero brillanti, momenti. È questo ciò che è questo film. È intrattenimento, non penso che si debba prenderlo troppo seriamente. È un film sanguinoso con un colpo di scena e penso che i fans dell’horror lo apprezzeranno a causa dei litri di sangue e la natura malata degli omicidi e roba così.

F: C’è una catarsi quando si interpreta un cattivo? C’è una qualche liberazione?

LE: C’è liberazione e anche una sorta di evasione per me. Fai cose che non faresti necessariamente come te stesso – non necessariamente, non potresti farlo. Non voglio spaventare nessuno là fuori. Fa parte dell’essere in questo ambiente e poter scegliere questi ruoli; alcuni completamente fuori dalla realtà e altri totalmente reali. Per questo ho sempre voluto provare a fare un horror, per vedere se era davvero spaventoso da girare.

F: E lo era?

LE: No, era esilarante. Più cupo diventava e più ridevo.

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